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RIFLESSOLOGIA PLANTARE

Le origini di questo massaggio vanno ricercate in Oriente.

La Cina si può considerare la madre del massaggioai piedi;infatti i Cinesi furono i primi a capire l'importanza della zona dei piedi e il suo potere connettivale verso tutto il resto del corpo.I loro massaggi ai piedi si basano sulla medicina olistica:tutto dipende dalle energie che vengono trasmesse all'interno del corpo.Infatti i loro massaggi ai piedi hanno lo scopo di trasmettere delle informazioni,dei benefici al cervello attraverso un codice che verrà rielaborato e trasmesso in un secondo momento alle zone del corpo interessate.In Cina il piede è considerato una terminazione nervosa che è connessa al cervello,e agendo su questo si può ottenere un riequilibrio psico-fisico.Anche in Giappone il massaggio ai piediha origine antichissime,non per fini estetici ma per fini terapeutici.Questo tipo di massaggio prende il nome di "Zoku shin do",il nome indica le zone interessate ovvero il cuore e i piedi.Infatti i Giapponesi usano questo tipo di massaggio per riequilibrare la circolazione sanguigna,attraverso le energie trasmesse con il massaggio e la stimolazione dei punti ki,quelli che permettono l'entrata della bio energia.

E' Cleopatra,il ciclone mediterraneo che abbraccerà in questi giorni tutta l'Italia distribuendo abbondanti piogge e frequenti manifestazioni temporaleschi con associati forti venti.

L' Autunno fino ad ora clemente sta iniziando a mostrare la sua vera natura su tutta la penisola.

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Edoardo Nesi: esce il nuovo libro del vincitore dello Strega

Quando i ragazzi sono più poveri dei loro genitori. Ecco un estratto in antreprima per in nostri lettori di “Le nostre vite senza ieri”

Michele Del Campo porta un nome impegnativo, dal suono e dal sapore cavalleresco. Viene da immaginare un guerriero in armatura scintillante, la spada sguainata, saldo in groppa a un destriero bardato per la guerra - un compagno d'armi di Ser Lancillotto del Lago, uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Invece Michele Del Campo è un signore che sembra bordeggiare la tarda cinquantina, gentile e robusto, serio e acuto. Si veste facendosi guidare dalla dignità del ruolo che sente di svolgere, e così spesso sconfina in quell'eleganza sobria che molti vorrebbero raggiungere, perché riesce ad apparire involontaria.

Porta occhiali dalla montatura minimale, che non nascondono uno sguardo fermo e vivace. Ha la voce sommessa e un eloquio preciso, scelto. Viene dal Sud, Michele Del Campo. Da Apricena, provincia di Foggia. È arrivato a Prato quasi quindici anni fa. Ha sempre fatto il sindacalista, si è sempre occupato di formazione e di lavoro. Oggi dirige la FIL, una società della Provincia di Prato che si occupa sia di trovare il lavoro ai giovani che non ce l'hanno, sia di riqualificare, aggiornare, specializzare chi - giovane o meno giovane - un lavoro l'aveva, ma l'ha perso.

Del Campo irrompe nel mio ufficio di assessore alla Cultura e allo Sviluppo Economico e Marketing Territoriale della Provincia di Prato - un complesso di cariche e maiuscole,mi rendo conto, degno di un racconto di Gogol' - e dice che mi vorrebbe invitare a parlare ai suoi ragazzi e alle sue ragazze.

Gli chiedo chi siano i suoi ragazzi e le sue ragazze, e lui mi risponde che i suoi ragazzi e le sue ragazze sono giovani che hanno smesso di studiare subito dopo le medie, o che non le hanno nemmeno finite, o che le hanno fatte in un altro paese e poi sono venuti in Italia, o che sono stati bocciati a qualche scuola tecnica e sono arrivati alla FIL per imparare un mestiere attraverso la frequentazione di corsi di specializzazione. A volte sono gli assistenti sociali, a mandarli. A volte sono le famiglie, che non sanno più cosa fare con loro. A volte non hanno famiglia, e sono i parenti, più o meno stretti, a mandarli da lui.

- Sono quelle persone per le quali la società non ha un'idea di futuro, Edoardo, - mi dice. - Sono quelle persone che rischiano di essere espulse dal mondo del lavoro e dalla società prima ancora di compiere vent'anni. Qualcuna di loro, ti avverto, ha già avuto dei problemi con la giustizia. Roba piccola: furtarelli, droga, risse. Quella roba piccola che poi, a volte, può portare a problemi più grandi. C'è chi li potrebbe definire, non per snobismo ma per amore della lingua inglese, dei soggetti borderline. Io li chiamo i miei ragazzi e le mie ragazze. Hanno bisogno di te. Allora,vieni?

- Di me? Ma di cosa gli devo parlare?

Allarga le braccia e sorride.

- Della tua storia, del tuo lavoro. Di quello che scrivi. Di cosa vuol dire scrivere. Di cosa è per te il lavoro. Dell'importanza della cultura nella tua vita. Del Premio Strega. Di' quello che vuoi, Edoardo. Vieni, dài. Hanno bisogno di tutto. Lo guardo. Mi tiene gli occhi puntati addosso. Non è insistenza, la sua. È determinazione. Se oggi gli dico di no, tornerà. Senza mai volermene, tornerà finché non andrò da lui e dai suoi ragazzi e dalle sue ragazze.

- Ma sei sicuro che a loro interessi?

- Non importa che a loro interessi. A loro serve, e credo che servirà anche a te. Voglio che comincino a pensare che la cultura li possa aiutare. A vivere e a trovare un lavoro. Voglio che comincino a leggere. Aiutami.

Fissiamo un appuntamento per qualche giorno dopo. È una frizzante mattina di metà novembre quella in cui Michele Del Campo mi accoglie sulla porta di un grande edificio coi mattoni a vista, di gusto vagamente britannico, che ospita la FIL. Mi conduce in un'aula piena di ragazzi. Tutti maschi. Sono aspiranti idraulici. Sembrano avere tra i diciassette e i venticinque anni, ma è difficile da dire. Portano quasi tutti magliette con scritte incongrue, tra le quali spiccano due incredibili DE PUTA MADRE. Vedo diversi piercing, qualcuno doloroso anche solo da guardare. Molti orecchini. Tutti hanno i capelli molto, molto corti e indossano quelle che, quando avevo la loro età, si chiamavano scarpe da ginnastica. Del Campo mi presenta, e poi mi dà la parola. Li saluto e comincio a parlare, ma sono imbarazzato.

È una platea del tutto nuova per me. Mi innervosisco e mi intenerisco allo stesso tempo mentre cerco di sostenere i loro sguardi attenti, e avvio a raccontare dei miei primi tempi in fabbrica, quando non sapevo fare nulla e dovevano insegnarmi tutto e poi, alle sette di sera, rimasto solo, mi chiudevo in ufficio e cominciavo a tradurre.

Dico loro di quando decisi di iniziare a scrivere il mio primo romanzo, e perché. Racconto chi sono i miei scrittori preferiti, e perché. Ogni tanto li faccio ridere per una battuta o un gioco di parole.

Va meglio, mi pare. Va quasi bene, ora. Ascoltano in silenzio. Quasi tutti, almeno. Un gruppetto di tre ragazzi - apparentemente più grandi degli altri - sembra meno interessato. Siedono stravaccati e continuano a tirarsi scappellotti, per poi scoppiare in risatine subito soffocate dallo sguardo improvvisamente severo di Del Campo.

Si rimettono ad ascoltare, gli occhi puntati su di me, e dopo una trentina di secondi si distraggono di nuovo, e ripartono gli scappellotti e le risatine. Gli altri, però, sono molto attenti. Nessuno di loro legge. Dicono che non gli piace, che a scuola ne hanno dovuti leggere tanti di libri che non gli piacevano, e così gli è venuto il disgusto.

Dicono di non avere tempo, proprio loro che invece rischiano d'averne troppo a disposizione per tutta la vita.

Provo a spiegare che devono amare i libri, che è nel loro interesse stargli il più vicino possibile, sempre. Dico, testualmente, infervorato, perché vi si attaccherà qualcosa di positivo anche se prendete un libro da uno scaffale e ne leggete una pagina a caso. Dico loro di andare in biblioteca senza paura, perché è un posto fantastico, nessuno vi chiederà dei soldi per entrare e nessuno vi manderà via, e potrete leggere qualsiasi libro e qualsiasi giornale del mondo e vedere i film e sentire la musica - con le cuffie, però, sennò vi butteranno fuori...

Loro ridono, e io mi scaldo. Comincio a raccontare anche un po' di dolorosa verità. Delle mie incertezze di quando facevo l'imprenditore, di quanto caro si pagasse ogni errore. Del contemporaneo, disperato bisogno di scrivere. Del senso di colpa che mi prendeva mentre scrivevo al pensiero di star rubando tempo ed energia all'azienda, e del senso di colpa uguale e contrario che provavo mentre lavoravo, al pensiero di ignorare la mia unica passione. Della paura di non riuscire a scegliere tra due lavori e di non riuscire mai a trovare un posto - il mio posto - nel mondo. E mentre mi confesso, dicendo cose che in vita mia ho detto solo a Carlotta, il capo dei tre disattenti tira uno scappellotto a uno dei ragazzi che, invece, mi avevano ascoltato fin dall'inizio...

© 2012 Bompiani / RCS Libri S.p.A. via Angelo Rizzoli, 8 - 20132 Milano ISBN 978-88-452-6947-9 1° edizione Bompiani: febbraio 2012

29 febbraio 2012